Storia Cristiana: Il Concilio di Trento completo: Sessione 0




  • Il Papa esprime preoccupazione per il difficile stato della cristianità a causa delle continue guerre, eresie e conflitti politici.
  • Gli sforzi per convocare un concilio ecumenico hanno incontrato ritardi e sfide, inclusi i falliti negoziati di pace tra i principi cristiani.
  • La città di Trento è stata infine scelta come sede del concilio per affrontare le questioni che colpiscono il bene comune cristiano e promuovere l'unità.
  • È stato fatto un appello ai vescovi e ai principi affinché partecipino al concilio, sottolineando la necessità di cooperazione per ripristinare la pace e l'integrità della fede cristiana.
Questa voce è la parte 7 di 27 della serie Il Concilio di Trento completo

Introduzione: BOLLA DI INDIZIONE

PAOLO, vescovo, servo dei servi di Dio, a futura memoria.

All'inizio di questo nostro pontificato, che la provvidenza di Dio Onnipotente ha affidato a noi, non per alcun nostro merito, ma per la sua grande bontà, percependo già a quali tempi travagliati e a quanti imbarazzi in quasi tutti i nostri affari fossero chiamate la nostra sollecitudine e vigilanza pastorale; avremmo voluto davvero rimediare ai mali da cui la comunità cristiana era stata a lungo afflitta e quasi sopraffatta; ma anche noi, come uomini circondati da infermità, sentivamo la nostra forza inadeguata ad assumerci un peso così grave. Poiché, vedendo che la pace era necessaria per liberare e preservare la comunità dai molti pericoli imminenti, abbiamo trovato tutto pieno di inimicizie e dissensi; e, soprattutto, i (due) principi, ai quali Dio ha affidato quasi l'intera direzione degli eventi, in inimicizia tra loro.

Poiché ritenevamo necessario che ci fosse un solo ovile e un solo pastore per il gregge del Signore, al fine di mantenere la religione cristiana nella sua integrità e confermare in noi la speranza delle cose celesti; l'unità del nome cristiano era lacerata e quasi fatta a pezzi da scismi, dissensi, eresie. Sebbene avremmo voluto vedere la comunità sicura e protetta contro le armi e i disegni insidiosi degli Infedeli, tuttavia, a causa delle nostre trasgressioni e della colpa di tutti noi – con l'ira di Dio che pendeva certamente sui nostri peccati – Rodi era stata perduta; l'Ungheria devastata; la guerra sia per terra che per mare era stata contemplata e pianificata contro l'Italia, l'Austria e l'Illiria; mentre il nostro empio e spietato nemico, il Turco, non era mai a riposo e guardava alle nostre reciproche inimicizie e dissensi come alla sua opportunità ideale per portare a termine i suoi disegni con successo.

Pertanto, essendo stati, come abbiamo detto, chiamati a guidare e governare la barca di Pietro in una tempesta così grande e nel mezzo di un'agitazione così violenta delle onde di eresie, dissensi e guerre; e, non confidando abbastanza nelle nostre forze, abbiamo, innanzitutto, gettato le nostre cure sul Signore, affinché Egli potesse sostenerci e fornire alla nostra anima fermezza e forza, al nostro intelletto prudenza e saggezza. Poi, ricordando che i nostri predecessori, uomini dotati di ammirevole saggezza e santità, avevano spesso, nei pericoli estremi della comunità cristiana, fatto ricorso a concili ecumenici e assemblee generali di vescovi, come il rimedio migliore e più opportuno, abbiamo anche fissato la nostra mente sulla tenuta di un concilio generale; e avendo consultato le opinioni di quei principi il cui consenso ci sembrava particolarmente utile e opportuno per questo nostro progetto; quando li abbiamo trovati, in quel momento, non avversi a un'opera così santa, abbiamo, come attestano le nostre lettere e i nostri documenti, indetto un concilio ecumenico e un'assemblea generale di quei vescovi e altri Padri il cui dovere è di assistervi, da aprirsi nella città di Mantova, il decimo giorno delle calende di giugno, nell'anno 1537 dell'Incarnazione del nostro Signore, e il terzo del nostro pontificato; avendo una speranza quasi certa che, quando riuniti lì nel nome del Signore, Egli, come ha promesso, sarebbe stato in mezzo a noi e, nella Sua bontà e misericordia, avrebbe facilmente dissipato, con il soffio della Sua bocca, tutte le tempeste e i pericoli dei tempi.

Ma, poiché il nemico del genere umano pone sempre le sue insidie contro le sante imprese, proprio all'inizio, contrariamente a tutte le nostre speranze e aspettative, la città di Mantova ci è stata rifiutata, a meno che non ci sottomettessimo a certe condizioni – come descritto in altre nostre lettere – condizioni che erano del tutto estranee agli istituti dei nostri predecessori, allo stato dei tempi, alla nostra dignità e libertà, a quella di questa santa sede e al carattere ecclesiastico. Siamo stati, quindi, costretti a trovare un altro luogo e a scegliere un'altra città; e poiché una adatta e idonea non si è presentata immediatamente, siamo stati obbligati a prorogare la celebrazione del concilio fino alle calende di novembre successive. Nel frattempo il Turco, nostro crudele e perpetuo nemico, ha attaccato l'Italia con una vasta flotta; ha preso, saccheggiato, devastato diverse città della Puglia e ha portato molti in cattività; mentre noi, nel mezzo del più grande allarme e del pericolo generale, eravamo impegnati a fortificare le nostre coste e a fornire assistenza agli stati vicini. Ma non per questo abbiamo cessato nel frattempo di consultare i principi cristiani e di esortarli a informarci su quale, a loro parere, sarebbe stato un luogo adatto in cui tenere il concilio: e poiché le loro opinioni erano varie e vacillanti, e sembrava esserci un ritardo inutile, noi, con le migliori intenzioni e, come pensiamo anche, con la più giudiziosa prudenza, abbiamo fissato Vicenza, una città ricca concessaci dai veneziani, e che, per il loro valore, autorità e potere, offriva in modo speciale sia un accesso non ostruito, sia un luogo di residenza sicuro e libero per tutti.

Ma, poiché troppo tempo stabilito era già passato; ed era necessario segnalare a tutti la nuova città che era stata scelta; e, poiché le imminenti calende di novembre ci precludevano l'opportunità di rendere pubblico l'annuncio di questo cambiamento, e l'inverno era ormai vicino; siamo stati nuovamente costretti a differire, con un'altra proroga, il tempo per l'apertura del Concilio, alla primavera successiva, cioè alle calende di maggio successive. Essendo ciò stato fermamente risolto e decretato; considerando – mentre ci preparavamo e organizzavamo tutte le altre questioni per condurre e celebrare quell'assemblea in modo appropriato sotto l'assistenza divina – che era un punto di grande importanza, sia per quanto riguarda la celebrazione del Concilio, sia per il benessere generale della cristianità, che i principi cristiani fossero uniti insieme in pace e concordia; non abbiamo cessato di implorare e scongiurare i nostri dilettissimi figli in Cristo, Carlo, sempre Augusto, imperatore dei Romani, e Francesco, il re cristianissimo, i due principali sostegni e pilastri del nome cristiano, di incontrarsi per una conferenza tra loro e noi; e, con entrambi, tramite lettere, Nunzi e i nostri Legati a latere scelti tra i nostri venerabili fratelli, abbiamo cercato molto spesso di spingerli a mettere da parte le loro gelosie e animosità; a unirsi in una stretta alleanza e santa amicizia; e a soccorrere la causa vacillante della cristianità: poiché era per preservare soprattutto questo che Dio aveva concesso loro il loro potere, se avessero trascurato di fare ciò, e non avessero diretto tutti i loro consigli al bene comune dei cristiani, un amaro e severo conto avrebbero dovuto rendere a Lui.

Essi, cedendo finalmente alle nostre preghiere, si sono recati a Nizza; dove anche noi, per la causa di Dio e per portare la pace, abbiamo intrapreso un lungo viaggio, sebbene assai inadatto alla nostra età avanzata. Nel frattempo, mentre il tempo fissato per il Concilio – le calende di maggio, per l'appunto – si avvicinava, non abbiamo trascurato di inviare a Vicenza tre Legati a latere – uomini della massima virtù e autorità, scelti dal numero dei nostri stessi fratelli, i cardinali della santa Chiesa Romana – per aprire il Concilio; per ricevere i prelati man mano che arrivavano da varie parti; e per trattare e occuparsi di tali questioni che avrebbero ritenuto necessarie, finché noi, al nostro ritorno dal nostro viaggio e dalla nostra missione di pace, non fossimo stati in grado di dirigere noi stessi tutto con maggiore precisione. Noi, nel frattempo, ci siamo dedicati a quell'opera santa e quanto mai necessaria, la negoziazione della pace; e questo con tutto lo zelo, l'affetto e la serietà della nostra anima. Dio è nostro testimone, sulla cui clemenza abbiamo fatto affidamento quando ci siamo esposti ai pericoli di quel viaggio a rischio della nostra vita: la nostra coscienza è nostra testimone, che qui, almeno, non può rimproverarci di aver trascurato, o di non aver cercato, un'opportunità di effettuare una riconciliazione: i principi stessi sono nostri testimoni, che abbiamo così spesso e così seriamente scongiurato tramite i nostri Nunzi, lettere, legati, ammonimenti, esortazioni e con ogni sorta di suppliche, di mettere da parte le loro gelosie, di unirsi in alleanza e con zelo e forze combinate di soccorrere la comunità cristiana, che era ormai ridotta al più grande e urgente pericolo.

E testimoni sono anche quelle veglie e cure, quelle fatiche della nostra anima sia di giorno che di notte, e quelle gravi sollecitudini, che abbiamo già sopportato in tale misura in questo affare e causa; e tuttavia i nostri consigli e atti non hanno ancora portato al risultato desiderato. Poiché così è parso bene al Signore nostro Dio, che, tuttavia, speriamo ancora volgerà uno sguardo più favorevole ai nostri desideri. Per quanto ci riguarda, noi, per quanto in noi stava, non abbiamo, in verità, omesso nulla di ciò che era dovuto dal nostro ufficio pastorale. E se vi è chi interpreta in altro senso i nostri sforzi per la pace, ne siamo davvero addolorati; ma, nel nostro dolore, rendiamo grazie a quel Dio Onnipotente, che, come modello e lezione di pazienza per noi, volle che i Suoi stessi apostoli fossero ritenuti degni di subire rimproveri per il nome di Gesù che è la nostra pace.

Tuttavia, in quel nostro incontro e conferenza a Nizza, sebbene, a causa dei nostri peccati, una pace vera e duratura non potesse essere conclusa tra i due principi, fu tuttavia concordata una tregua per dieci anni; sotto il favore della quale, avendo la speranza che sia il sacro concilio potesse essere celebrato più comodamente, sia che la pace potesse essere perfettamente stabilita dall'autorità del concilio, siamo stati urgenti con quei principi affinché venissero essi stessi al concilio, portassero con sé quei loro prelati che li accompagnavano e convocassero gli assenti. Essi, essendosi scusati su entrambi questi punti – poiché era in quel momento necessario per loro tornare nei loro regni, e che i prelati che avevano con sé, essendo stanchi ed esausti dal viaggio e dalle sue spese, dovevano necessariamente rinfrescarsi e ritemprarsi – ci hanno esortato a decretare ancora un'altra proroga del tempo per l'apertura del concilio. E poiché abbiamo avuto qualche difficoltà a cedere su questo, nel frattempo abbiamo ricevuto lettere dai nostri legati a Vicenza, che annunciavano che, sebbene il giorno per l'apertura del concilio fosse arrivato, anzi fosse passato da tempo, appena uno o due prelati si erano recati a Vicenza da una qualsiasi delle nazioni straniere.

Ricevuta questa informazione, vedendo che il concilio non poteva, in nessuna circostanza, essere tenuto in quel momento, abbiamo accordato ai suddetti principi che il tempo per celebrare il concilio fosse differito fino alla prossima santa Pasqua, la festa della Risurrezione del Signore. Del quale nostro ordinamento e proroga, le lettere decretali furono date e pubblicate a Genova, nell'anno dell'Incarnazione del nostro Signore, MDXXXVIII, il quarto giorno delle calende di luglio. E questo ritardo abbiamo concesso tanto più volentieri, perché ciascuno dei principi ci ha promesso di inviarci un ambasciatore a Roma; affinché quelle cose che erano necessarie per la perfetta ristabilimento della pace – tutte le quali non potevano, a causa della brevità del tempo, essere completate a Nizza – potessero essere trattate e negoziate più comodamente a Roma in nostra presenza.

E per questo motivo anche, entrambi ci hanno pregato che la negoziazione della pace potesse precedere la celebrazione del concilio; poiché, una volta stabilita la pace, il concilio stesso sarebbe stato allora molto più utile e salutare per la comunità cristiana. È stata, in verità, questa speranza di pace, così prospettataci, che ci ha sempre spinto ad acconsentire ai desideri di quei principi; una speranza che è stata grandemente accresciuta dal gentile e amichevole colloquio tra quei due principi dopo la nostra partenza da Nizza; la notizia del quale è stata per noi fonte di grandissima gioia, e ci ha così confermato nella nostra buona speranza, che abbiamo creduto che Dio, alla fine, avesse ascoltato le nostre preghiere e avesse accolto con grazia i nostri fervidi desideri di pace.

La conclusione, dunque, di questa pace era sia desiderata che sollecitata; e poiché era opinione non solo dei due principi sopra nominati, ma anche del nostro carissimo figlio in Cristo, Ferdinando, Re dei Romani, che l'affare del concilio non dovesse essere intrapreso finché la pace non fosse stata stabilita; mentre tutte le parti ci sollecitavano, tramite lettere e i loro ambasciatori, a fissare nuovamente un'ulteriore proroga del tempo; e il serenissimo imperatore era particolarmente urgente, rappresentando di aver promesso a coloro che dissentono dall'unità cattolica che avrebbe interposto la sua mediazione presso di noi, affinché si potesse escogitare un qualche piano di concordia, il che non poteva essere realizzato in modo soddisfacente prima del suo ritorno in Germania: spinti in tutto dallo stesso desiderio di pace e dai desideri di principi così potenti, e, soprattutto, vedendo che nemmeno nella suddetta festa della Risurrezione altri prelati si erano riuniti a Vicenza, noi, evitando ora la parola proroga, così spesso ripetuta invano, abbiamo scelto piuttosto di sospendere la celebrazione del concilio generale durante il nostro beneplacito, e quello della Sede Apostolica.

Abbiamo fatto di conseguenza, e abbiamo inviato le nostre lettere riguardanti tale sospensione a ciascuno dei principi sopra nominati, il decimo giorno di giugno, MDXXXIX, come dal tenore di esse può essere chiaramente visto. Questa necessaria sospensione, dunque, essendo stata fatta da noi, mentre guardavamo a quel tempo più adatto, e a quella conclusione di pace che doveva più tardi portare sia dignità che numeri al concilio, e una più immediata sicurezza alla comunità cristiana; gli affari della cristianità nel frattempo cadevano di giorno in giorno in uno stato peggiore. Gli ungheresi, alla morte del loro re, avevano invitato il Turco; il Re Ferdinando aveva dichiarato loro guerra; una parte del Belgio era stata incitata alla rivolta contro il serenissimo imperatore, il quale, per schiacciare quella ribellione, attraversò la Francia in termini quanto mai amichevoli e armoniosi con il re cristianissimo, e con grande mostra di reciproca buona volontà l'uno verso l'altro; e, raggiunto il Belgio, di lì passò in Germania, dove iniziò a tenere diete dei principi e delle città della Germania, con l'intento di trattare di quella concordia di cui ci aveva parlato.

Ma poiché non c'era ormai quasi più alcuna speranza di pace, e lo schema di procurare e trattare una riunione in quelle diete sembrava adatto solo a eccitare una maggiore discordia, siamo stati indotti a tornare al nostro precedente rimedio, un concilio generale; e, tramite i nostri legati, cardinali della santa Chiesa Romana, abbiamo proposto ciò all'imperatore stesso; e questo abbiamo fatto specialmente e finalmente nella dieta di Ratisbona, alla quale il nostro amato figlio, il Cardinale Gaspar Contarini, del titolo di San Prassede, ha agito come nostro legato con grandissima dottrina e integrità. Poiché, mentre ciò che avevamo precedentemente temuto era ora accaduto – che per consiglio di quella dieta eravamo chiamati a dichiarare che alcuni degli articoli, sostenuti dai dissidenti dalla Chiesa, dovevano essere tollerati finché non fossero stati esaminati e decisi da un concilio ecumenico; e poiché né la verità cristiana e cattolica, né la nostra dignità e quella della Sede Apostolica, ci avrebbero permesso di cedere su questo – abbiamo scelto piuttosto di ordinare che fosse fatta apertamente una proposta, che un concilio dovesse essere tenuto il prima possibile. Né, in verità, abbiamo mai avuto altro sentimento o desiderio, se non che un concilio ecumenico e generale dovesse essere convocato alla prima occasione.

Poiché speravamo che sia la pace potesse essere così ripristinata al popolo cristiano, sia alla religione cristiana la sua integrità; tuttavia desideravamo tenere quel concilio con i buoni auspici e il favore dei principi cristiani. E mentre guardavamo a quei buoni auspici, mentre vegliavamo per quel tempo nascosto, per il tempo del tuo beneplacito, o Dio, siamo stati infine costretti alla conclusione che ogni tempo è gradito a Dio in cui si intraprendono deliberazioni riguardanti le cose sante, e tali che si riferiscono alla pietà cristiana. Pertanto, contemplando con il più amaro dolore dell'anima che gli affari della cristianità stavano precipitando quotidianamente in uno stato peggiore; l'Ungheria sopraffatta dal Turco; la Germania in pericolo; tutti gli altri stati oppressi dal terrore e dall'afflizione; abbiamo risolto di non attendere più il consenso di alcun principe, ma di guardare unicamente alla volontà di Dio e al bene della comunità cristiana.

Di conseguenza, poiché non avevamo più la città di Vicenza, e desideravamo, nella nostra scelta di un nuovo luogo per tenere il concilio, avere riguardo sia al benessere comune dei cristiani, sia alle tribolazioni della nazione tedesca; e vedendo, dopo che erano stati proposti diversi luoghi, che essi (i tedeschi) desideravano la città di Trento, noi — sebbene dell'opinione che ogni cosa potesse essere trattata più comodamente nell'Italia cisalpina — abbiamo tuttavia ceduto la nostra volontà, con carità paterna, alle loro richieste. Di conseguenza, abbiamo scelto la città di Trento come quella in cui si terrà un concilio ecumenico alle prossime calende di novembre: fissando quel luogo come uno conveniente in cui i vescovi e i prelati possano riunirsi molto facilmente dalla Germania e dalle altre nazioni confinanti con la Germania, e senza difficoltà dalla Francia, dalla Spagna e dalle altre province più remote. E nel fissare il giorno per il concilio, abbiamo tenuto conto che ci dovesse essere tempo sia per pubblicare questo nostro decreto tra le nazioni cristiane, sia per consentire a tutti i prelati l'opportunità di recarsi a Trento. Questa decisione riflette il nostro impegno a promuovere l'unità tra i cristiani e ad affrontare le pressanti questioni affrontate dalla Chiesa. In preparazione a questo importante raduno, esortiamo tutti i vescovi e i prelati a dare priorità alla loro partecipazione, poiché prevediamo discussioni e risoluzioni fruttuose. Mentre il concilio di Trento sessione 23 si avvicina, è nostra speranza che la guida divina ci conduca verso il ripristino dell'armonia e della fede in tutte le nazioni. Questa decisione sottolinea il significato del Concilio di Trento nell'affrontare le sfide affrontate dalla Chiesa e nel promuovere l'unità tra i cristiani. Il concilio di trento panoramica comprenderà varie discussioni teologiche critiche e riforme volte a chiarire le dottrine e migliorare le pratiche ecclesiastiche. Mentre ci prepariamo per questo raduno cruciale, rimaniamo fiduciosi in deliberazioni fruttuose che rafforzeranno la fede e la risolutezza dei credenti in tutto il mondo. Questa decisione riflette il nostro impegno per l'unità e il dialogo tra i fedeli, assicurando che le voci sia della nazione tedesca che delle altre comunità cristiane siano ascoltate. Mentre ci prepariamo per questo importante raduno, rimaniamo fermi nel nostro proposito di affrontare le riforme e i chiarimenti necessari riguardanti la fede e la pratica, in particolare mentre la dottrina cattolica cambia a Trento. Confidiamo che attraverso questo concilio, la Chiesa sarà rafforzata e guidata nella sua missione di nutrire la vita spirituale di tutti i credenti. Questa decisione segna un momento cruciale nella storia della Chiesa cattolica, poiché il concilio mira ad affrontare questioni critiche e riforme necessarie sulla scia della Riforma protestante. Un esauriente concilio di trento panoramica delineerà le discussioni e le decisioni che plasmeranno il futuro della Chiesa e delle sue dottrine. Prevediamo che l'assemblea promuoverà l'unità tra i cristiani e fornirà guida ai fedeli durante questi tempi difficili. Siamo fiduciosi che il Concilio di Trento Sessione XX servirà come momento cruciale per la Chiesa, promuovendo l'unità e affrontando le questioni pressanti del nostro tempo. Riunendo vescovi da diverse regioni, prevediamo un dialogo fruttuoso che rafforzerà i legami di fede e promuoverà il bene comune tra i cristiani. Mentre ci prepariamo per questo importante evento, invitiamo tutti i fedeli a pregare per la guida dello Spirito Santo nelle nostre deliberazioni. Mentre guardiamo alle prossime discussioni e alle loro implicazioni per tutte le comunità cristiane, invitiamo tutti a riflettere sul significato del raduno. Un approfondito panoramica della sessione del concilio di trento fornirà approfondimenti sui progressi teologici e sulle riforme pratiche che emergeranno da questa assemblea cruciale. Insieme, cogliamo questa opportunità per approfondire la nostra fede e rafforzare il nostro impegno verso gli insegnamenti di Cristo. Attendiamo con ansia le intuizioni che emergeranno dal concilio, in particolare mentre consideriamo gli ampi contesti storici e teologici delle questioni in gioco. Il panoramica della sessione xi del concilio di trento sarà cruciale per illuminare i percorsi futuri per le nostre comunità di fede. Insieme nella preghiera e nel dialogo, ci sforziamo per un rinnovato impegno verso gli insegnamenti di Cristo e il benessere di tutti i cristiani. Mentre intraprendiamo questo viaggio cruciale, riconosciamo la necessità di trasparenza e comunicazione riguardo ai procedimenti. Il concilio di trento panoramica assicurerà che tutti gli sviluppi siano condivisi con la comunità più ampia, promuovendo una comprensione collettiva dei nostri scopi e delle nostre risoluzioni. Crediamo che tale apertura non solo rafforzerà la fiducia tra i fedeli, ma rinvigorirà anche i nostri sforzi collettivi verso il rinnovamento spirituale e la riforma.

Il nostro motivo per non prescrivere che dovesse trascorrere un anno intero prima di cambiare il luogo del concilio – come era stato precedentemente regolato da alcune costituzioni – è stato questo: non volevamo che la nostra speranza di applicare qualche rimedio alla comunità cristiana, che soffre sotto così tanti disastri e calamità, venisse ulteriormente ritardata. Eppure osserviamo i tempi; riconosciamo le difficoltà. Sappiamo che ciò che ci si può aspettare dai nostri concili è una questione di incertezza. Ma, vedendo che è scritto: affida la tua via al Signore, confida in lui ed egli farà, abbiamo deciso di confidare piuttosto nella clemenza e nella misericordia di Dio, che di diffidare della nostra stessa debolezza. Infatti, impegnandosi in buone opere, accade spesso che ciò in cui i consigli umani falliscono, la potenza divina lo compie. Pertanto, confidando e riposando sull'autorità di quell'Iddio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, e sull'autorità dei Suoi beati apostoli, Pietro e Paolo, (un'autorità) che esercitiamo anche sulla terra; con il consiglio e l'assenso anche dei nostri venerabili fratelli, i cardinali della santa Chiesa Romana; dopo aver rimosso e annullato, come con le presenti rimuoviamo e annulliamo, la sospensione suddetta, indiciamo, annunciamo, convochiamo, nominiamo e decretiamo un concilio sacro, ecumenico e generale – da aprirsi alle prossime calende di novembre dell'anno corrente, MDXLII, dall'Incarnazione del Signore – nella città di Trento, un luogo comodo, libero e conveniente per tutte le nazioni; e da proseguirsi, concludersi e completarsi ivi, con l'aiuto di Dio, per la Sua gloria e lode, e per il benessere di tutto il popolo cristiano; richiedendo, esortando, ammonendo tutti, di ogni paese, così i nostri venerabili fratelli patriarchi, arcivescovi, vescovi, e i nostri diletti figli abati, come anche tutti gli altri, a cui, per diritto o privilegio, è stata concessa la facoltà di sedere nei concili generali e di esprimere i propri sentimenti in essi; ingiungendo inoltre, e comandando rigorosamente loro, in virtù del giuramento che hanno prestato a noi e a questa santa Sede, e in virtù della santa obbedienza, e sotto le altre pene, che, per legge o consuetudine, sono solitamente stabilite e proposte nella celebrazione dei concili, contro coloro che non partecipano, che essi devono, senza dubbio, recarsi e presenziare di persona a questo sacro concilio – a meno che non debbano essere impediti da qualche giusto impedimento, del quale, tuttavia, saranno obbligati a fornire prova – o in ogni caso tramite i propri legittimi delegati e procuratori.

E supplichiamo anche il suddetto imperatore, e il re cristianissimo, così come gli altri re, duchi e principi, la cui presenza, ora se non mai, sarebbe di speciale vantaggio per la santissima fede di Cristo e di tutti i cristiani; scongiurandoli per le viscere della misericordia di Dio e del nostro Signore Gesù Cristo – la verità della cui fede e la cui religione sono ora così duramente assalite sia dall'interno che dall'esterno – che, se vogliono che la comunità cristiana sia salva, se si sentono vincolati e obbligati, dai grandi benefici del Signore verso di loro, non abbandonino la Sua causa e i Suoi interessi; e vengano essi stessi alla celebrazione del sacro concilio, dove la loro pietà e virtù sarebbero di grande giovamento al bene comune, al loro stesso benessere e a quello degli altri, sia nel tempo che nell'eternità. Ma se, cosa che speriamo non accada, non potessero venire di persona, mandino almeno, con una commissione autorevole, come loro ambasciatori, uomini di peso, che possano ciascuno nel concilio rappresentare la persona del suo principe con prudenza e dignità.

Ma soprattutto, sia questa – che è una cosa molto facile da parte loro – la loro cura, che, dai rispettivi regni e province, i vescovi e i prelati partano senza tergiversazioni e ritardi; una richiesta che Dio stesso, e noi, abbiamo il diritto di ottenere dai prelati e dai principi della Germania in modo speciale; poiché è principalmente per conto loro, e su loro istanza, che il concilio è stato indetto e convocato, e proprio nella città che essi desideravano, non pensino che sia gravoso celebrarlo e adornarlo con la presenza di tutto il loro corpo. Affinché così – con Dio che ci precede nelle nostre deliberazioni, e che tiene davanti alle nostre menti la luce della Sua stessa sapienza e verità – possiamo, nel suddetto sacro concilio ecumenico, in modo migliore e più comodo, trattare, e, con la carità di tutti che cospira verso un unico fine, deliberare e discutere, eseguire e portare al fine desiderato, rapidamente e felicemente, tutto ciò che appartiene all'integrità e alla verità della religione cristiana; al ripristino dei buoni costumi e alla correzione di quelli cattivi; alla pace, all'unità e alla concordia sia dei principi che dei popoli cristiani; e tutto ciò che è necessario per respingere quegli assalti di barbari e infedeli, con i quali cercano la rovina di tutta la Cristianità.

E affinché questa nostra lettera, e il contenuto di essa, possa giungere a conoscenza di tutti coloro che ne sono interessati, e che nessuno possa addurre come scusa l'ignoranza di essa, specialmente anche poiché potrebbe non esserci forse libero accesso a tutti, a cui la nostra lettera dovrebbe essere comunicata individualmente; vogliamo e ordiniamo che nella Basilica Vaticana del principe degli apostoli, e nella Chiesa Lateranense, nel momento in cui la moltitudine del popolo è solita riunirsi ivi per ascoltare il servizio divino, essa sia letta pubblicamente a voce alta da ufficiali della nostra corte, o da alcuni notai pubblici; e, dopo essere stata letta, sia affissa alle porte delle suddette chiese, anche alle porte della Cancelleria apostolica, e nel luogo consueto in Campo di Fiore, dove rimarrà per qualche tempo esposta per essere letta e vista da tutti; e, quando rimossa da lì, copie di essa rimarranno ancora affisse negli stessi luoghi. Poiché vogliamo che, essendo così letta, pubblicata e affissa, la lettera suddetta obblighi e vincoli, dopo l'intervallo di due mesi dal giorno della pubblicazione e affissione, tutti e ciascuno di coloro che essa include, proprio come se fosse stata comunicata e letta loro di persona.

E ordiniamo e decretiamo che una fede incrollabile e indubitabile sia data alle copie di essa scritte, o sottoscritte, dalla mano di un notaio pubblico, e garantite dal sigillo di qualche ecclesiastico costituito in autorità. Pertanto, nessuno infranga questa nostra lettera di indizione, annuncio, convocazione, statuto, decreto, mandato, precetto e preghiera, o con temeraria audacia vada contro di essa. Ma se qualcuno presumerà di tentare ciò, sappia che incorrerà nell'indignazione di Dio Onnipotente, e dei Suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, nell'anno MDXLII dell'Incarnazione del Signore, l'undicesimo giorno delle calende di giugno, nell'ottavo anno del nostro pontificato.



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